Ritrovata la targa dei “Bambini di Selvino”

targa commemorativa albero della memoria

E’ stata ritrovata ai primi di marzo del 2019 la targa dei Bambini di Selvino trafugata al parco Vulcano nel giorni tra la fine del 2018 e l’inizio dell’anno nuovo. Probabilmente si è trattato di una bravata di fine anno.  
Comunque, ringraziamo Anna ed Enrico Grisanti che hanno prontamente segnalato questo fatto al Comune di Selvino.
Il 27 Gennaio 2019, giorno dedicato alla Memoria delle vittime della Shoah, è stata ricollocata una nuova targa offerta dall’Associazione “Children of Selvino” e dal suo presidente Miriam Bisk.
In quell’occasione si è tenuto un incontro per informare sul completamento del Museo dedicato ai “Bambini di Selvino” sopravvissuti ai campi di sterminio e alle persecuzioni e per spronare alla raccolta dei fondi necessari alla sua completa realizzazione. La targa ritrovata verrà sistemata nel museo dei “Bambini di Selvino”. 

targa commemorativa albero della memoria
La targa dei Bambini di Selvino riporta queste parole:

Questo albero è stato posto dai Bambini di Selvino il 27 settembre 2015 in ricordo dell’ospitalità ricevuta dalla popolazione selvinese, come segno di ringraziamento per quanti li hanno aiutati a tornare alla vita, in memoria di quanti non sono più, con l’auspicio di un futuro di accoglienza e di pace tra i popoli.

Ringraziamo l’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti) e l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), insieme a tutti coloro che hanno espresso indignazione per il furto della targa dei Bambini di Selvino:
vedi articolo di Bergamonews


Riportiamo l’autorevole e significativo articolo di Elena Loewenthal, pubblicato su La Stampa del 9 gennaio 2019 che ci fa riflettere sul momento difficile, in cui tornano a farsi vivi sentimenti xenofobi, razzisti e antisemiti.
Occorre il nostro massimo impegno per ricordare i valori di accoglienza, di pace e di rispetto della dignità umana di cui sono testimoni i Bambini di Selvino, le vittime dei lager e delle persecuzioni nazifasciste e delle dittature, e tutti i sopravvissuti.

L’OFFESA AI BAMBINI DI SCIESOPOLI PER INDEBOLIRE LA MEMORIA COLLETTIVA
(ELENA LOEWENTHAL loewe@teleion.it)

Due giorni fa a Selvino, piccolo Comune del Bergamasco, è sparita una targa commemorativa. L’avevano deposta appena tre anni fa, accanto all’«albero della memoria» al Parco Vulcano, alcuni bambini di Sciesopoli. Che bambini non sono più, ma vecchietti curvi ormai, dalle mani fragili e gli occhi stanchi che pure ancora conservano qualcosa della voglia di vita di allora, alla fine della guerra. Erano orfani della Shoah, giunti dai lembi orientali dell’Europa, dai campi di concentramento e dai ghetti, che furono ospitati e accuditi per molti mesi nell’ex colonia estiva fascista di questa località di mezza montagna, prima di raggiungere la Terra Promessa. Lo storico Sergio Luzzatto ha dedicato il suo ultimo libro, «I bambini di Moshe» (Einaudi editore) a questa vicenda straordinaria e al suo eroe, Moshe Kleiner, che fece da padre e madre, maestro e tanto altro per quei più di ottocento bambini passati per Selvino fra il 1945 e il 1948.
Riscoperta di recente anche grazie a una mostra curata dal Museo Eretz Israel di Tel Aviv, «Le navi della speranza. Aliyah Bet dall’Italia 1945-1948», la storia dei bambini di Sciesopoli che in Italia trovarono la salvezza e soprattutto la voglia di vivere e ricominciare dopo l’inferno dello sterminio è caduta anch’essa vittima di una forma di vandalismo tanto inconcepibile quanto puntuale, in questa stagione dell’anno. Coerente con questo vergognoso teatro dell’assurdo che si replica intorno alla scadenza del Giorno della Memoria è anche il recentissimo furto di alcune pietre di inciampo a Roma. Sta di fatto che, a dispetto dei suoi intenti e della sempre più abbondante messe di manifestazioni, il 27 gennaio sembra essere diventato un infallibile catalizzatore di impulsi distruttivi e vandalici di chiaro segno.
Si tratta di antisemitismo? Certamente. Ma non in una definizione tout court ed esclusiva. C’è infatti qualcosa di più profondo e primitivo al tempo stesso, in questi rigurgiti di odio e desiderio di distruzione che hanno il loro picco nel mese di gennaio, proprio in concomitanza con una commemorazione che dovrebbe essere educativa, che dovrebbe chiamare una riflessione collettiva su un passato europeo comune, che appartiene a tutti e da cui nessuno dovrebbe sentirsi escluso perché la storia della Shoah è innanzitutto italiana, europea, occidentale, prima ancora che degli ebrei.
E invece proprio il rifiuto di questa storia, il riflesso condizionato di attribuirla agli ebrei come se fosse cosa esclusivamente loro e come se la memoria fosse «soltanto» un atto d’omaggio, la passiva osservazione di quel passato invece che un’assunzione di responsabilità — che, si badi bene, non significa sterile senso di colpa ma coscienza civile di appartenenza — generano i mostri di questi atti vandalici «fisici» e di tanti altri «virtuali», fatti di parole sputate nella rete, sulle piattaforme dei social. Difficile dire quale potrebbe essere la soluzione per questa piaga, il «vaccino» in grado di invertire la rotta, ma purtroppo tutto lascia pensare che il progetto educativo del Giorno della Memoria sia ben lungi dall’aver assolto il suo compito.
(La Stampa del 9 gennaio 2019)