Improvvisa morte di Daniel Gorini

Sudden death of Daniel Gorini

Con profonda tristezza condividiamo la notizia della morte improvvisa di Daniel Gorini al Massachusetts General Hospital venerdì 28 giugno 2019, per complicazioni legate al cancro. Radhika, sua moglie, era al suo fianco come ha fatto durante il decennale viaggio di Daniel con il cancro.
Daniel era figlio di Lugi Gorini e Annamaria Torriani che dedicarono le loro migliori energie per la Casa dei Bambini di Selvino sopravvissuti alla Shoah.

Siamo molto commossi per la scomparsa di Daniel.
Sapevamo della sua malattia. In una delle sue ultime lettere aveva scritto: “La mia salute non è molto buona in questo momento – ad un punto basso in una lunga storia di alti e bassi del cancro ..”

La sua sincerità e franchezza, la sua libertà di idee, le sue aspirazioni e sogni ci accompagneranno come un impegno di riflessione critica.
Egli ci ha dato la sua amicizia e i suoi pensieri. Ha condiviso un pezzo della sua vita e i suoi affetti, la sua famiglia e la sua ricerca professionale.
Gli siamo grati per questo e per la storia dei suoi genitori e del loro fondamentale ruolo nella Casa dei bambini di Selvino. Noi conserveremo con cura questi ricordi, come testimonianza della sua amicizia, uno sprone verso ideali di umanità e solidarietà, ideali senza confini, ideali di pace e amore in cui vive la cultura umana, scoperta nelle più svariate manifestazioni di arte, nelle tracce del cammino dell’uomo verso il progresso, cultura che è intelligenza, sapere, religiosità e necessità di miglioramento, in dialogo con l’eternità.
A noi piace immaginarti così, vivo e tenacemente impegnato ad esplorare sentieri sconosciuti, alla ricerca del profondo dell’uomo, nascosto in pietre, tetti, camini, guglie, materiali, colori e manufatti che di solito sono considerati poco significativi.
Questo è il motivo per cui, caro Daniel, ci mancherai, insieme all’orizzonte ideale in cui sognavi il museo della Casa dei Bambini di Selvino.

Un ultimo abbraccio dai tuoi amici dall’Italia


Luigi Gorini e Annamaria Torriani
Luigi Gorini e Annamaria Torriani

Vogliamo ricordare Danel Gorini con le sue parole, con la lettera pubblicata dalla rivista “Una Città” nel maggio 2014, pp. 44-45, in cui criticava il sionismo (in modo forse eccessivo e severo), richiamava i valori universali di accoglienza e solidarietà contro razzismo, nazionalismo e faziosità, nel nome della fratellanza e delle diversità, nel nome dei suoi genitori, Luigi e Annamaria, che parteciparono alla Resistenza italiana e tanto si impegnarono per dare rifugio agli orfani sopravvissuti ai crimini nazisti, affinché sia preservata la memoria della Casa dei Bambini di Selvino.

Lettera di Daniel Gorini: “L’EREDITÀ DI SCIESOPOLI”

I miei genitori Luigi Gorini e Annamaria Torriani sono stati partecipi della Resistenza Italiana negli anni Trenta e Quaranta. Dopo la guerra hanno lavorato a Sciesopoli, a Selvino (Bergamo), aiutando a salvare bambini ebrei resi orfani dallo sterminio nazista. Scrivo riguardo all’eredità di quello che loro e i loro colleghi hanno fatto lì.
Ho appreso recentemente che l’edificio detto Sciesopoli è a rischio di andar perduto a causa di sviluppi dell’edilizia locale. Se questo accade, la memoria del lavoro umanitario fatto là sarà perduta. È importante che Sciesopoli sia conservata e che la sua storia viva per i posteri come memoria di una generosa attività umana, della quale c’è sempre tanto bisogno nel nostro mondo. La storia di Sciesopoli è patrimonio della Resistenza Italiana contro il totalitarismo, il razzismo e il militarismo. Per questo io propongo uno statuto per un museo a Sciesopoli, una missione per un’istituzione di valore largo e perenne.
Però c’è anche un paradosso nella storia di Sciesopoli. L’esemplare buona volontà di salvare i bambini rifugiati a Selvino era sostanzialmente un progetto sionista. Questo aspetto di Sciesopoli genera per me uno scenario problematico. È chiaro che l’azione locale di prendersi cura di quei bambini è stata ammirevole: era un imperativo. I sionisti che hanno partecipato erano persone buone, che divennero amici per la vita dei miei genitori.
Ma io ho radicali disaccordi con il Sionismo. Mi sembra evidente che il Sionismo non è un concetto che in qualche modo si è deteriorato quando è finito nelle mani di chi l’avrebbe successivamente distorto. Il Sionismo, sin dai suoi inizi negli anni Novanta dell’Ottocento, è stato una rivendicazione di una madrepatria perduta, rivendicazione improntata al populismo reazionario del “sangue e suolo”. Le sue giustificazioni sono fondate su basi razziali e religiose. Sin dalla sua prima impostazione, il piano invocava la rimozione della popolazione già presente in Palestina, un popolo considerato inferiore sul piano razziale e funzionalmente insignificante.
Il Sionismo è stato sin da subito un programma militarizzato di conquista del territorio. In quanto tale era già un progetto di destra, tale da imporre requisiti razziali-religiosi e di discendenza per la cittadinanza. Nella sua essenza, il Sionismo è sempre stato un obiettivo di tipo coloniale. Tutto ciò è sempre stato chiaro: se ne discuteva apertamente ben prima della Seconda Guerra Mondiale, e molte voci di sinistra, tra gli ebrei, vi si sono opposte sin dal principio. Chiaramente, la storia era complicata, ed è rimasta tale. Alcuni sionisti erano noti socialisti, altri erano attivi anti-fascisti e sarebbero stati compagni di Luigi nelle lotte degli anni Trenta e Quaranta. Ciononostante, le realtà intrinseche della situazione in Palestina sembrano chiare sin da quando la popolazione preesistente venne esclusa e marginalizzata. Il Sionismo non è mai stato migliore delle sue nemesi storiche, l’antisemitismo e l’islamismo radicale: appartengono tutti alla stessa specie. Le deplorabili politiche di apartheid e le azioni dello Stato di Israele provengono direttamente dall’ethos originale del Sionismo.
A causa di questo paradosso non posso schierarmi con alcuno dei particolari gruppi che cercano di conservare Sciesopoli. Ritengo che le mie idee siano molto diverse dalle loro. Per questo scrivo da indipendente. Voglio presentare un modo positivo di sostenere la preservazione di Sciesopoli e, nello stesso tempo, dichiarare apertamente le mie opinioni sugli eventi successivi in Medio Oriente. È per me un problema difficile da affrontare, ma ci sono solo due scelte: far fronte al paradosso o allontanarmi dall’eredità di Sciesopoli.
Propongo che Sciesopoli sia ricordata in modo aperto e attivo, fondando un museo che viva nell’attualità mentre mostra la storia di Sciesopoli. Il museo dovrebbe essere dedicato a simili esempi di generosità di fronte alle ingiustizie.
Questi esempi, sia attuali che storici, dovrebbero esser presi da tutto il mondo, e dovrebbero esser scelti senza pregiudizi politici, razziali o di religione. Le mostre dovrebbero cambiare continuamente. Con questa missione Sciesopoli può diventare un’istituzione di valore sempre attuale e di significato permanente. Altrimenti, il progetto rischierebbe di diventare semplicemente un ennesimo memoriale dell’Olocausto: una targa, una storia e una lista di nomi.
Sciesopoli è una storia che ci insegna come agire per migliorare le condizioni di coloro che stanno intorno a noi. Il meno che possiamo fare è di pensare criticamente, aprire le nostre menti e sfidare i nostri simili. E dobbiamo essere consapevoli che specifiche situazioni richiedono azioni specifiche, non possiamo aspettarci che i principi siano universalmente applicabili. La storia di Selvino illustra questo: è utile fare piccole cose con buona volontà, ma è anche imperativo vedere chiaramente la specificità di condizioni locali in una visione più ampia del mondo. L’azione positiva in uno scenario definito non si può estendere direttamente ad altre condizioni. Questo diventa evidente quando vediamo il lavoro umanitario che è stato fatto a Sciesopoli insieme al progetto sionista che simultaneamente si realizzava in Palestina.
Il Regime fascista aveva costruito Sciesopoli come sede di un campo di addestramento per la gioventù fascista (l’edificio stesso è un interessante esempio dell’estetica modernista che è stata adottata dai fascisti prima che essi, come i sovietici, abbandonassero quella visione per un neo-classicismo più adatto alle loro delusioni e alla loro propaganda). Alla fine della guerra la Resistenza italiana prese il controllo di quella proprietà. Mio padre Luigi è stato una figura centrale della nuova funzione di Sciesopoli. Insieme ad altri ha lavorato per fare di Sciesopoli un rifugio per i bambini orfani vaganti, che erano sopravvissuti ai crimini nazisti. Quei bambini sono stati ospitati, istruiti e generalmente riabilitati con cure affettuose. Essendo ebrei, essi vennero alla fine trasferiti in Medio Oriente, nel mandato britannico di Palestina.
Gli eventi di Selvino non sono stati una favola; sono stati una storia vera di sofferenza e redenzione. E le storie vere, a differenza delle favole, sono complicate. Il buon lavoro di Sciesopoli è stato compiuto solo con l’attività dei sionisti: essi sono stati una forza per il bene in quella situazione locale. Tuttavia, il bene fatto a Selvino non si è trasferito magicamente in Palestina come nel finale di una favola, al contrario, una politica di esclusione era già in atto laggiù, l’inizio di ciò che sarebbe poi diventato una pulizia etnica. Per questo l’eredità di Sciesopoli, e anche quella della Resistenza italiana, non deve essere fatta confluire con la storia specifica di Israele. Sarebbe veramente una sciagura se questo dovesse accadere perché i due eventi sono sostanzialmente in contraddizione.
Israele, la Nazione-Stato, è un’eredità del colonialismo europeo. È stata inventata dalle nazioni europee vincitrici che dovevano liquidare le loro colonie. In questo senso Israele era poco diversa dal loro arbitrario ritagliarsi l’Africa. I cicli di lotte di fazioni e di violenza che ne sono seguiti continuano ancora oggi. In definitiva, le azioni dello Stato di Israele si sono consistentemente dimostrate contrarie ai concetti basilari di inclusione, uguaglianza e diversità culturale; mentre Luigi e Annamaria si sono sempre battuti proprio per questi concetti. Sembra strano che essi apparentemente abbiano giustificato Israele a questo riguardo. Tuttavia, credo che i miei genitori avrebbero fatto la stessa cosa a Sciesopoli se i bambini fossero stati, invece di ebrei, di qualsiasi altro gruppo oppresso. Immagino che essi abbiano agito spinti da un bisogno specifico, in un particolare momento, senza riguardo a razza o religione.

ricordo nel 1997 del cinquantesimoCi sono ovviamente contraddizioni nella storia di Selvino, ma possiamo estrarne una soluzione positiva celebrando il bene e appoggiando atti di generosità. Più importante è il mettere in evidenza che generosità e malvagità sono universali. Nessuna razza o religione è senza generosità, ma tutte sono certamente capaci di malvagità.
Desidero fortemente che Sciesopoli sia preservata e che la sua storia diventi educativa per tutti. Desidero anche che l’eredità ne rimanga per tutte le azioni di cura che vengono intraprese nel mondo, senza pregiudizi di razza o religione, dalle persone prese nel dramma infinito di conflitti, che sembra condizione così costitutiva dell’umanità.
L’eredità di Sciesopoli non riguarda particolarmente gli ebrei o il giudaismo, e certamente non lo Stato di Israele. Questi sono stati, in quelle circostanze, attori del dramma, ma il nocciolo dello spirito dell’azione era per una rinascita dall’abiezione del Fascismo. Era uno spirito che trascende le faziosità.
Se Sciesopoli diventerà un museo il suo statuto dovrebbe riferirsi esplicitamente alla universalità della sofferenza e della cura di essa, senza preferenze di razze o religioni; dovrebbe essere un faro per l’inclusione e la diversità. E in questo spirito il museo dovrebbe esporre apertamente le politiche attuali di apartheid dello Stato di Israele. Se gli organizzatori hanno il coraggio e la fiducia in se stessi di fare questo, costruiranno un memoriale esemplare delle buone azioni che sono state compiute lì.
Un museo a Sciesopoli dovrebbe essere magnanimo e aperto. Dovrebbe diventare un’istituzione che sostiene e rende note le molte lotte che continuano dappertutto nel mondo contro la repressione, il razzismo, l’esclusione e il militarismo.
Dovrebbe essere una cosa viva, centrata sugli eventi attuali nello spirito di quel che accadde a Selvino nel 1947. Questa apertura e attualità è la miglior speranza per costruire un’istituzione stimata e rispettata. Il museo di Sciesopoli, come mio padre Luigi, deve essere onesto, coraggioso e dire sempre la verità al potere. E come mia madre Annamaria, dovrebbe avere un cuore aperto e generoso. Come loro, non sarà perfetto, ma può lavorare per la generosità, la diversità e la fratellanza.